Giuliano Stenico: “Giovani e violenza: prima di giudicare, dobbiamo chiederci che cosa non abbiamo saputo ascoltare”

Le recenti manifestazioni giovanili raccontano domande diverse: da una parte le rivendicazioni pacifiche di chi chiede ascolto e un futuro, dall’altra disordini e vandalismi che non possono essere ignorati. Ne parliamo con Padre Giuliano Stenico, presidente Fondazione CEIS ETS.

Le cronache di questi giorni hanno riportato in prima pagina ragazzi che protestano, aggrediscono, vandalizzano. Ci preoccupiamo, ci indigniamo, chiediamo sicurezza. Ma poi? Come capire davvero che cosa sta succedendo?

Comincerei da una domanda che forse ci costa più fatica: noi adulti, che cosa non stiamo vedendo? Quando accade un episodio di violenza, è naturale provare indignazione e chiedere che ci siano delle conseguenze. Ma fermarsi alla condanna dei comportamenti o invocare pene più severe o promulgare decreti in serie non basta a comprendere che cosa stia accadendo. Se ci fermiamo lì, rischiamo di occuparci soltanto di quello che è accaduto, senza provare a capire che cosa c’è dietro. Dobbiamo domandarci quali esperienze, quali relazioni e quali condizioni di vita possano contribuire a generare comportamenti trasgressivi e aggressivi, ma anche forme di sofferenza che si esprimono in modo meno visibile, sino ad arrivare alla depressione, al ritiro sociale o, nei casi più drammatici, al rischio suicidario. Non significa giustificare la violenza. Significa provare a comprenderla per poter intervenire prima, oltre che rispondere quando il danno è già avvenuto. È una responsabilità che riguarda tutti, ma soprattutto noi adulti.

Un aspetto spesso resta sullo sfondo: il ragazzo che fa paura e il ragazzo che soffre potrebbero non essere poi così lontani…

Sì. C’è una sofferenza giovanile che vediamo meno, anche perché fa meno notizia. Penso ai ragazzi che si chiudono in casa, che interrompono le relazioni, che faticano a trovare un posto nel mondo. Il ritiro sociale e i comportamenti trasgressivi possono avere, in alcuni casi, fattori di rischio comuni. Mi colpisce che si parli molto di violenza quando esplode, mentre si dedica meno attenzione a ciò che può precederla: la solitudine, l’assenza di legami significativi, la difficoltà a chiedere aiuto, il sentirsi esclusi o non riconosciuti. A volte aspettiamo che il disagio diventi evidente, magari attraverso un comportamento che non possiamo più ignorare. Ma il compito educativo dovrebbe essere anche quello di accorgersi prima che qualcosa non va. E per farlo bisogna esserci, conoscere i ragazzi, ascoltarli e non liquidare troppo in fretta ciò che fanno o ciò che dicono.

La solitudine è una parola che ritorna spesso nei tuoi ragionamenti. Ma come si spiega l’essere soli oggi, quando i ragazzi sono continuamente in contatto tra loro?

Essere connessi non significa necessariamente essere in relazione. Si può comunicare continuamente e, nello stesso tempo, sentirsi profondamente soli, non avere qualcuno con cui parlare davvero o la sensazione di essere importanti per qualcuno. Ricordo un’assemblea al liceo Wiligelmo di Modena. Erano presenti circa 450 studenti e, quando chiesi quale fosse la loro difficoltà maggiore, oltre il 70 per cento indicò proprio la solitudine. È una risposta che mi è rimasta impressa. Noi adulti spesso immaginiamo che i giovani abbiano tante occasioni di incontro. Dovremmo però chiederci quante di queste esperienze permettano loro di sentirsi accolti, riconosciuti e ascoltati. C’è anche un altro aspetto interessante: la solitudine dei ragazzi e quella degli anziani, due realtà che raramente si incontrano. Eppure potrebbero aiutarsi reciprocamente. Stanno nascendo esperienze in cui giovani, anche studenti, scelgono di abitare con anziani non ammalati, offrendo loro presenza e sostegno e trovando, a loro volta, una soluzione abitativa e una relazione. È un esempio di come si possano costruire risposte nuove quando smettiamo di considerare i problemi separatamente e proviamo a mettere in relazione le persone.

Oltre alla solitudine, c’è la difficoltà di immaginare il futuro. Che cosa significa crescere oggi, sapendo che il mondo cambia così rapidamente e sembra avere così poco da offrire ai giovani?

Significa fare i conti con molte incertezze. I ragazzi devono scegliere percorsi di studio e professionali in un contesto in cui cambiano rapidamente le competenze richieste e le modalità di lavoro. Non sempre riescono a capire quale strada possa offrire loro opportunità concrete. C’è poi una questione economica e sociale: per molti giovani è più difficile immaginare una condizione di vita migliore di quella dei propri genitori. E tanti, anche con una formazione elevata, finiscono per cercare altrove le opportunità che non trovano qui. Quando un ragazzo non riesce a vedere davanti a sé una prospettiva, può diventare più difficile investire su sé stesso e dare un significato alle proprie scelte. Non è una spiegazione automatica della violenza, naturalmente, ma è una condizione che dobbiamo prendere sul serio. Ai giovani non basta dire che devono impegnarsi, studiare e costruirsi un futuro. Dobbiamo anche chiederci se stiamo creando le condizioni perché quel futuro sia immaginabile. E se offriamo loro occasioni per sentirsi parte della società, non soltanto persone chiamate a competere e a dimostrare quanto valgono.

Che cosa manca, oggi, nella relazione tra genitori, insegnanti e ragazzi?

Manca talvolta la presenza di adulti significativi, capaci al contempo di porre delle regole e farle osservare e di entrare in sintonia emotiva con i ragazzi: la capacità, cioè, di tenere insieme vicinanza e autorevolezza. Un adulto significativo deve saper ascoltare e comprendere, ma anche porre regole e farle rispettare. Deve accompagnare un ragazzo senza sostituirsi a lui, aiutarlo a diventare autonomo senza lasciarlo solo, con una modalità relazionale che non sviluppi né una dipendenza né un’assenza, ma un’interdipendenza che abiliti i ragazzi a sopportare insuccessi, abbandoni e ad affrontare le difficoltà. Crescere significa anche imparare a sopportare una frustrazione, affrontare un insuccesso, accettare un limite. Non possiamo evitare ai ragazzi ogni difficoltà, ma possiamo aiutarli a trovare gli strumenti per attraversarla. Per questo è importante che famiglia e scuola non si contrappongano. Invece di creare un’auspicabile alleanza scuola-famiglia, parecchi genitori contribuiscono a incrementare il misconoscimento dei ruoli e la difesa a oltranza dei figli, con atteggiamenti aggressivi e svalutanti. Quando gli adulti si delegittimano reciprocamente, quando il confronto diventa aggressivo e ciascuno cerca soltanto di difendere la propria posizione, il ragazzo perde punti di riferimento. Non gli facciamo un favore se lo proteggiamo da qualsiasi osservazione o se trasformiamo ogni richiamo in un conflitto. I ragazzi hanno bisogno di adulti che sappiano esserci, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e collaborare tra loro. Non adulti perfetti, ma adulti credibili.

C’è anche una pressione molto forte a riuscire, a ottenere risultati, a essere all’altezza delle aspettative. Quanto pesa?

Può pesare moltissimo, soprattutto quando un ragazzo arriva a pensare di valere soltanto per quello che fa e per i risultati che raggiunge. La prestazione diventa allora la misura della persona: devi riuscire, devi essere competente, devi dimostrare qualcosa. Ma una persona è molto più dei suoi risultati. Ha bisogno di essere riconosciuta anche quando sbaglia, quando è fragile, quando non riesce a rispondere alle aspettative. A volte i ragazzi finiscono per sentire che la soddisfazione dei genitori dipende dai loro successi. È un peso difficile da sostenere e può ostacolare la costruzione della propria identità. Educare non significa soltanto preparare a superare prove e raggiungere obiettivi. Significa aiutare un giovane a scoprire chi è, che cosa desidera, quali sono le sue risorse e come può metterle a disposizione degli altri. Il suo valore non può dipendere soltanto da una prestazione.

Parli spesso di educazione emotiva, ma anche di esperienze concrete di solidarietà. Perché non basta insegnare ai ragazzi a riconoscere le proprie emozioni?

È importante imparare a riconoscere le emozioni e trovare le parole per esprimerle. Gli interventi focalizzati sull’ascolto e sull’alfabetizzazione emotiva sono certamente molto apprezzabili, ma da soli non possono sviluppare un’empatia che restituisca al singolo la bellezza e la forza della sua affettività, consolidando la consapevolezza di sé. L’empatia si costruisce attraverso l’esperienza, incontrando persone diverse da noi e avvicinandosi alle loro difficoltà. È solo l’esperienza prolungata, il contatto con le tante forme di sofferenza e vulnerabilità (anziani, persone con disabilità, bambini in difficoltà), che può sviluppare un’empatia impastata di compassione: qualcosa che non si acquisisce soltanto attraverso una spiegazione. Aiuta a uscire dal proprio punto di vista, a riconoscere i bisogni dell’altro e a capire che possiamo fare qualcosa per lui. Per questo penso che dovremmo investire di più in una pedagogia della cooperazione, non soltanto in una pedagogia dell’affermazione individuale. I ragazzi hanno bisogno di occasioni nelle quali possano sentirsi protagonisti, assumersi responsabilità e scoprire che il loro contributo è utile. In passato molti giovani partecipavano a organizzazioni e iniziative rivolte ad affrontare problemi sociali, anche in contesti lontani o svantaggiati. Quelle esperienze restituivano significato e senso di appartenenza. Dovremmo chiederci come creare oggi opportunità altrettanto concrete, nelle quali i giovani non siano soltanto destinatari di progetti, ma possano contribuire a realizzarli.

Parliamo del lavoro quotidiano del CEIS. A Modena, concretamente, che cosa possiamo offrire a un ragazzo che sta attraversando un momento difficile e a una famiglia che non sa più come affrontarlo?

Il lavoro del Gruppo CEIS si sviluppa su più livelli, perché il disagio non si affronta con un’unica risposta. C’è la prevenzione, che comincia anche nelle scuole; c’è il sostegno alle famiglie; e ci sono le comunità, dove ragazze e ragazzi possono essere accompagnati attraverso percorsi educativi costruiti sulle loro storie e sui loro bisogni. Nelle scuole e sul territorio la Fondazione CEIS realizza incontri formativi, laboratori, attività con le classi e sportelli d’ascolto. È un lavoro rivolto agli studenti, ma che coinvolge anche insegnanti e genitori. Il benessere dei ragazzi non può essere affidato a una sola persona o a un solo servizio: richiede una responsabilità condivisa. “Zona Franca” è un significativo spazio di ascolto psicoeducativo rivolto agli studenti, al personale scolastico e alle famiglie. Sono luoghi nei quali poter esprimere una difficoltà, chiedere un orientamento e individuare tempestivamente situazioni che hanno bisogno di attenzione. Poi ci sono i genitori. Quando un figlio manifesta una dipendenza, anche comportamentale, o affronta una problematica psichiatrica, la famiglia può sentirsi disorientata e sola. Per questo promuoviamo gruppi di auto-aiuto per genitori che vivono situazioni legate alle dipendenze e alle dipendenze comportamentali dei figli, oltre a un gruppo rivolto ai genitori di ragazzi con problematiche psichiatriche, attivo nell’ambito di GEN Z e alla Barca. Poter parlare con altre persone che stanno attraversando esperienze simili aiuta a condividere le difficoltà, ma anche a riconoscere le risorse che ciascuno possiede. Non sempre si trova subito una soluzione, ma si può smettere di sentirsi soli e cominciare a guardare alla situazione in modo diverso. Infine, ci sono le nostre comunità, che accolgono ragazze e ragazzi con storie differenti e li accompagnano in percorsi educativi graduali. L’obiettivo è sostenerli nel tempo, favorire la loro autonomia e non interrompere il percorso soltanto perché compiono diciotto anni. Ogni ragazzo ha i suoi tempi e le sue possibilità: il nostro compito è costruire un accompagnamento che tenga conto della sua storia e che gli permetta di fare passi avanti.

Se dovessi indicare una cosa che possiamo fare tutti, da subito, per i ragazzi, quale sceglieresti?

Tornare a esserci, davvero. Non soltanto quando succede qualcosa di grave, quando un comportamento diventa impossibile da ignorare o quando il problema arriva sulle pagine dei giornali. Esserci prima, nella quotidianità, nelle relazioni, nei momenti in cui un ragazzo fa fatica e non sa come dirlo. Questo significa ascoltare, ma anche dare riferimenti; offrire fiducia, ma anche porre limiti; chiedere responsabilità, ma mettere i giovani nelle condizioni di esercitarla. Significa soprattutto non lasciare alla singola famiglia, alla scuola o a un servizio il peso di affrontare da solo una situazione complessa. Tutti questi elementi spiegano come per alcuni giovani sia indispensabile l’affermazione di sé con atti violenti o stupidamente spettacolari. Personalmente non vedo possibilità di cambiamento finché persistono gli atteggiamenti irresponsabili di una parte rilevante del mondo adulto, complice anche la facilità con cui si elaborano e si diffondono narrazioni menzognere, costruite appositamente anche da chi è impegnato in politica. Non abbiamo risposte semplici, e sarebbe sbagliato prometterle. Ma possiamo costruire una rete più attenta, nella quale adulti, famiglie, scuole, servizi e comunità collaborino e si riconoscano reciprocamente. La violenza va affrontata e le persone vanno protette. Ma, se vogliamo prevenirla, dobbiamo anche creare le condizioni perché i ragazzi trovino relazioni significative, occasioni di partecipazione e un posto nel mondo. È un lavoro paziente, che non sempre dà risultati immediati. Eppure è proprio questo il compito educativo: non rinunciare a nessuno, cercare di capire ciò che accade e continuare a offrire possibilità di cambiamento.