Adolescenti in comunità: gli interventi nel periodo di pandemia

Tre differenti tipologie di servizi per le comunità del Gruppo CEIS che accolgono minori: adolescenti con problematiche di tossicodipendenza e psicopatologiche; minori allontanati per situazioni di disagio; stranieri non accompagnati. Quali problematiche e conseguenti azioni durante questo periodo di emergenza sanitaria? Se ne è parlato durante la sezione tematica FICT online nel corso del XXII Convegno Nazionale di pastorale della salute, all’insegna dello slogan “Gustare la vita. Curare le relazioni”.

Adolescenti in comunità nel periodo di pandemia. Quali interventi?” è stato il fulcro dell’intervento di Giovanni Mengoli, presidente Consorzio Gruppo CEIS.

Di seguito, un sunto della relazione presentata.

Tratti comuni nella gestione della pandemia

“Le tre tipologie di servizi dedicati ai minori che noi gestiamo (problematiche tossicodipendenza, problemi psicopatologici o disagio, minori stranieri non accompagnati) sono abbastanza differenti tra di loro per la modalità di lavoro che si realizza. Specialmente la categoria dei MSNA si distingue dalle prime due. Ugualmente, nella gestione della pandemia si sono potuti riscontrare tratti comuni. Gli adolescenti inizialmente hanno fatto molta fatica a prendere sul serio l’emergenza sanitaria, mentre un po’ alla volta tutti abbiamo imparato a comprenderne la gravità dalle notizie che giungevano dai media. Nei minori in una prima fase sono risaltati i tratti tipici della ribellione adolescenziale, ovvero pensare di essere senza limiti, pensieri che si sono tradotti anche in tentativi di evasione dalle regole dei DPCM, specialmente all’inizio del primo lockdown.
Non ha giovato la modifica della depenalizzazione della trasgressione ai DPCM, trasgressioni che inizialmente erano state considerate sanzionabili penalmente, commutate poi a sanzionabili solo amministrativamente… Una volta interiorizzata la novità della situazione, la sensazione creatasi della vita di comunità è stata quella di una maggiore intimità, proposta dagli stessi ragazzi e rincorsa dagli educatori, che si sono trovati spiazzati da nuove richieste di maggior intimità emotiva (momenti di gioco da tavola insieme, cineforum, ecc.). È stato come se i ragazzi si fossero messi in stand by, senza avere una prospettiva, per una mancanza totale di motivazione e di prospettive per il futuro e si rifugiassero nell’unico luogo certo e sicuro che era la comunità. L’empatia degli operatori, che erano tra i pochi che potevano uscire da casa propria per andare al lavoro e potevano così descrivere ai minori la spettralità delle città, si è dovuta “alzare”, così come la disponibilità all’ascolto dei ragazzi. La funzione educativa ha cercato di rispondere a questi nuovi bisogni, con il suo strumento principale: la relazione… Per questo abbiamo cercato di potenziare la qualità del lavoro di supervisione dell’équipe per offrire sfogo a questi temi, e per allineare i vari bisogni del personale… La stanchezza psicofisica media del personale ha subito una notevole impennata, a riprova del forte impatto del Covid-19 sulla fatica degli educatori nel vivere assieme ai minori questo momento inaspettato…”.

Gli effetti del lockdown

“Se il primo lockdown è stato una sorpresa per tutti, adolescenti e adulti, ed ognuno a suo modo ha reagito come poteva, il secondo e terzo lockdown hanno prodotto solo stanchezza e disillusione per una situazione che sembrava non vedere la fine.
In generale sappiamo che la situazione della forzata chiusura ha giocato tantissimo nel delicato equilibrio degli adolescenti, con livelli di depressione abbastanza generalizzati a tutti, ma che negli adolescenti più fragili hanno comportato gravi scompensi. Riguardo ai minori con problemi di tossicodipendenza e psicopatologici, per alcuni aspetti il lockdown ha livellato e per certi aspetti normalizzato la situazione dei minori inseriti in comunità con i coetanei adolescenti che stavano in famiglia, tanto da poter azzardare la tesi che la situazione degli adolescenti in comunità ha favorito e quasi migliorato il loro percorso terapeutico riabilitativo… Inoltre si potrebbe dire che alcune problematiche riscontrate negli adolescenti che hanno vissuto il lockdown in famiglia, per i minori in comunità, per la logica della comunità stessa, non si sono avuti: ad esempio, l’utilizzo massiccio dei social per continuare ad essere in relazione con amici che ha portato anche ad alterazioni della funzione base sonno veglia, invertiti tra loro; quindi i disturbi del comportamento alimentare per accesso frequente alla cucina. Anche per queste ragioni mi sento di poter dire in termini qualitativi, e senza nessuna evidenza scientifica, che i minori in questo genere di comunità (di tipo terapeutico) sono stati avvantaggiati rispetto ai loro coetanei. In compenso, il lavoro educativo da parte del personale sul sistema comunità ha prodotto una dimensione di complicità e collaborazione che difficilmente si riesce a creare in un contesto normale, ed ha prodotto un effetto ulteriormente contenitivo: aumento della fiducia reciproca. Abbiamo anche realizzato in alcuni casi interventi legati ad esercizi quotidiani di rilassamento, come la visualizzazione di posto sicuro dove andare e rifugiarsi per contenere l’ansia, oppure creato contesti come quello dell’ortoterapia che ha visto tutti quanti collaborare e portare il proprio contributo (annaffiare, togliere erbacce, raccogliere prodotti) per la buona riuscita dell’attività. In negativo, il passaggio alla DAD ha comportato una riduzione dell’unico spazio per poter evadere dal contesto faticoso del confronto comunitario che era la scuola, e questo ha prodotto rabbia e frustrazione… Relativamente ai minori stranieri non accompagnati la prima reazione che abbiamo osservato è stata quella di ribellione e frustrazione per una situazione che non capivano (anche per un contesto culturale già diverso da quello di provenienza) e che gli impediva di continuare il loro progetto di integrazione… una volta entrati in questa novità, il tempo è stato quasi sospeso… alcune comunità con ampi spazi all’aperto per le attività sportive ad esclusiva disposizione solo dei MSNA della comunità hanno ampiamente beneficiato della situazione. Lo sport è stato elemento molto importante come valvola di sfogo. La ripresa dopo il primo lockdown ha poi spaventato di più che la forzata chiusura, perché il problema si è riversato sull’uso responsabile delle mascherine. Alla ripresa scolastica di settembre un po’ alla volta tutte queste comunità sono state interessate da presenza di casi positivi asintomatici, identificati attraverso lo screening dei tamponi. Ha giovato molto in queste situazioni l’utilizzo dei cosiddetti Covid hotel, che hanno ospitato i ragazzi per le quarantene. Gli operatori erano molto preoccupati per queste situazioni, dubitando che le cose sarebbero andate bene. Con stupore abbiamo invece osservato come per la maggioranza dei MSNA l’esperienza in hotel è stata come una vacanza”.

 

Guarda il video dell’evento