23 Aprile 2024
Home > Prevenzione Consulenza Ricerca > Docente comandata al CEIS: camminare con genitori e studenti per “crescere insieme”
Roberta Zanni

di Roberta Zanni*

Dopo molti anni di volontariato al CEIS, nel 1999 fui distaccata qui dal Ministero della Pubblica Istruzione come “docente comandata” presso l’Area Prevenzione, con l’incarico di occuparmi della promozione del benessere nella scuola e nelle relazioni interpersonali sul territorio.

Sono così diventata formatrice, ruolo che ho ricoperto sino alla pensione, nel 2017.

Il fatto di aver fatto tanto volontariato al CEIS, prima di entrare a tempo pieno a far parte delle équipe del Centro, è stato un valore aggiunto importante perché da subito mi sono sentita parte di un mondo di cui conoscevo i servizi, che nel corso degli anni sono aumentati per rispondere a nuovi bisogni,  e condividevo i valori e i significati.

Lavorare all’interno del CEIS è stato estremamente arricchente, prima di tutto come persona.

Ho avuto la possibile di ricevere una formazione continua e di acquisire delle consapevolezze che nel mio ruolo di insegnante faticavo a conseguire.

Soprattutto, ho lavorato con persone che, in costante contatto con difficoltà e situazioni dolorose, maturavano potenzialità e capacità che hanno poi saputo condividere con me, facendomi crescere per tutto il mio percorso lavorativo con il CEIS.

Occuparsi di prevenzione ha voluto dire, in particolare, dedicarsi alla promozione del benessere personale e relazionale di ragazzi e adulti.

Costruire una collaborazione tra le persone che agiscono un ruolo educativo e creare “reti” credo sia stata la cosa più importante del mio servizio al CEIS.

Si sono potute mettere in sinergia le competenze di persone che hanno molteplici professionalità.  Nella nostra équipe c’erano, e ci sono anche oggi, insegnanti, pedagogiste, psicologhe, psicoterapeute, educatori.

Il fatto di riuscire ad analizzare i bisogni delle persone attraverso ottiche così diverse, ci permetteva di trovare le soluzioni più adeguate, in grado di rispondere alle reali necessità degli utenti.

Non si trattava, dunque, di prevenire qualcosa di terribile che doveva accadere ma, nell’ottica del CEIS, di promuovere lo “star bene con sé stessi e nelle relazioni con gli altri”.

Nella scuola, luogo educativo per eccellenza: era lì che si tracciavano le linee del lavoro in rete con le realtà del territorio. In ambito scolastico si incontravano docenti, genitori, studenti.

Sul territorio si incontravano i gruppi educativi, allenatori dello sport, operatori sociali e tanti altri.

Era questa l’attività di prevenzione che abbiamo messo in campo: il prendersi cura persone non incontrandole come portatrici di problemi, ma in quanto persone che pongono domande e hanno bisogni.

Si realizzava la promozione del benessere progettando percorsi educativi da realizzare all’interno delle realtà del territorio e, soprattutto, della scuola.

Era altrettanto importante affrontare le situazioni complesse senza creare sensi di colpa, ma cercando sempre il “positivo” che ciascuna persona possiede.

Esercitarsi nella capacità di restare sempre alla giusta “distanza”: senza essere eccessivamente coinvolti, entrando in simpatia, con chi ci portava un problema, ma senza neppure rimanere troppo distanti, generando apatia, saper essere empatici e per poter aiutare a trovare in sé possibili soluzioni.

Fondamentale era poi trasformare gli ambienti di ritrovo degli adulti e dei ragazzi – il Consiglio di classe, l’aula, etc. – in gruppi di lavoro. Quel che sembra un processo estremamente semplice, in realtà ha dietro di sé studi molto complessi e non è assolutamente un risultato facile da ottenere.

Si partiva dall’esperienza della nostra équipe, che era già un gruppo di lavoro, un “vissuto” che veniva trasferito facendolo diventare competenza da trasmettere.

Il problema principale che portano i ragazzi è la “fatica di crescere”, costante in tutte le generazioni, dai bambini agli adolescenti.

Si parla tanto di processi di crescita in cui ci sono persone in crisi, ma credo che chi oggi la realtà più in crisi sia il mondo adulto.

I ragazzi hanno bisogno di avere al fianco persone che non hanno paura di sbagliare, che sanno però riconoscere i propri errori per non ripeterli. Di persone che non hanno timore di perdere l’affetto dei bambini e degli adolescenti stessi, che sanno chiedere scusa e agire con autorevolezza.

Molte volte noi adulti ci comportiamo con gli adolescenti come se dovessero diventare dei nostri fans. Diventiamo titubanti nel proporre loro cose che potrebbero infastidirli.

Al contrario, hanno proprio bisogno di mettersi in contrapposizione perché i processi di crescita avvengono soprattutto per differenziazione.

E con la promozione di una sana autostima. Questi ragazzi, ma anche gli adulti, devono potersi dire: “Io sono capace, ce la faccio…”.

Questo processo si vive spesso anche in una relazione di tipo conflittuale. Il conflitto non deve spaventare, ma è qualcosa che può arricchire tutti i protagonisti, sempre che non diventi una guerra.

Formare i ragazzi, in sostanza, è promuovere la loro autostima, dargli fiducia e fare in modo che credano in sé.

Ricercare sempre in loro “il bello” la loro potenzialità, non il difetto o ciò che manca, chiamarli a compire grandi imprese, senza deresponsabilizzarli, ma educandoli alla libertà che è sempre coniugata con la responsabilità.

Occorre dire, come adulti, dei “sì” e dei “no” in modo motivato, essere punti di riferimento, autorevoli. Saper tracciare confini e, più che ogni altra cosa, essere empatici, saper cogliere i sentimenti le emozioni che stanno vivendo i ragazzi senza mettersi sulla difensiva e senza sensi di colpa.

Sostenere le famiglie, in sostanza, attraverso percorsi comuni, significa togliere ai genitori le paure che hanno dei loro insuccessi, dei loro errori. E far capire che lo stare accanto ai propri figli, in ogni circostanza, è il miglior viatico per una crescita positiva.

La scuola è poi un ambiente privilegiato per incontrare i ragazzi, ma anche per incontrare i genitori perché è il luogo che normalmente frequentano per “parlare” dei loro figli.

Nella scuola è importante che l’insegnante non consideri il ragazzo solo come una persona che deve acquisire dei contenuti, ma lo aiuti a crescere a 360 gradi, sviluppando tutte le sue potenzialità.

Sappia quindi  prendersi cura non solo dell’aspetto cognitivo, che è estremamente importante, ma anche della parte affettiva, emotiva e di senso.

Negli anni di lavoro al CEIS ho cercato si essere al fianco degli insegnanti, come singoli professionisti, ma soprattutto come gruppi di lavoro ed équipe, perché acquisiscano questa “attenzione” e complementarietà, che è fondamentale per promuovere il “successo scolastico”.

Ricordiamoci sempre che il “l’insuccesso scolastico” è una delle cause principali della dispersione scolastica e, di conseguenza, della situazione di malessere dei ragazzi.

Seguire i processi di crescita di alunni e studenti, promuoverne l’orientamento, significa sicuramente “fare del bene” ai ragazzi, perché crescano in modo sano, equilibrato e “contenti di sé”.

Come “docente comandata” fui distaccata dal Ministero all’interno del CEIS, come dicevo, per essere una sorta di “trade union” tra il mondo della Comunità e quello della scuola.

Lavorare con la scuola, ti fa rendere conto dei bisogni che hanno gli insegnanti, li vivi assieme a loro. Gestire classi con 25/30 studenti, sicuramente alcuni con situazioni problematiche, non è semplice.

Ti accorgi subito poi di quanto siano radicati, nel mondo dell’extrascuola, i pregiudizi nei confronti degli insegnanti e come anche gli insegnanti possano avere pregiudizi verso l’esterno

Essere consapevoli dei pregiudizi non significa non averli, ma saperli gestire e non farsi “imprigionare”.

La scuola ha tante regole e chi ci vive le conosce.

Chi, come me, ha insegnato 18 anni, conosce bene le norme, la struttura, gli organi  e i tempi della scuola, che non sono quelli dell’anno solare, ma i tempi scolastici, completamente differenti.

Il “docente comandato” è dunque un ponte tra la comunità e la scuola.

Portando a scuola le competenze che si acquisiscono nella comunità e nella comunità ciò che si vive nella relazione quotidiana con i ragazzi in classe.

Abbiamo anche fondato nel 2001 un’Associazione: si chiama “Asscuolapuntocom” proprio per sottolineare questo legame. L’Associazione ha avuto due finalità: difendere il ruolo dei “docenti comandati”, figure professionali che tutti gli anni rischiavano di essere eliminate. La seconda funzione è stata quella di mettere in rete tutte le esperienze che si facevano a livello nazionale, creando così un patrimonio comune di competenze trasversali che, pur crescendo in luoghi diversi, arricchivano tutti.

E’ con grande soddisfazione che vedo ancora oggi, nel 2022, quattro docenti distaccate al CEIS, per continuare, con impegno e professionalità, a tenere legati i processi educativi che vengono promossi a scuola con l’esperienza di lavoro e le consapevolezze maturate nelle comunità del CEIS. Lavorare in una équipe formata da professionalità diverse, in un continuo processo di apprendimento e supervisione, è sicuramente un valore aggiunto per continuare a costruire ricchezza insieme e progettare per il futuro.

*Docente comandata, già Responsabile Prevenzione Fondazione CEIS