12 Giugno 2024
Home > Sostegno alla donna > Le storie di riscatto delle ragazze della “Bruciata”
Don Domenico Malmusi

di Don Domenico Malmusi *

Sono stato uno dei fondatori, e tuttora ricopro l’incarico di presidente, dell’Associazione Marta e Maria A.MA, nata ufficialmente nel gennaio 1998, anche se l’esperienza fu avviata qualche mese prima per andare a incontrare, in strada, ragazze vittime di tratta, portate via a forza dai loro Paesi e costrette a prostituirsi in Italia.

L’Associazione nacque per volontà di tre ragazze che avevano fatto l’esperienza con Don Benzi: vennero da me perché sapevano che avevo interesse per questi temi, per sollecitarmi a fare qualcosa perché a Modena, all’epoca, non c’era nulla, almeno in campo ecclesiale.

Marta e Maria, le due sorelle del Vangelo che danno il nome alla nostra Associazione, erano una più attiva e una più contemplativa. All’epoca ci riconoscevamo molto in questa doppia anima e abbiamo scelto questa sigla perché legata all’amore.

Nel ‘98 abbiamo iniziato semplicemente come “unità di strada” andando al quartiere della “Bruciata”, dove si ritrovavano le ragazze. Con ben poche possibilità di fare qualcosa, perché eravamo tutti giovani, inesperti, senza fondi.

Quando alcune famiglie di amici si resero disponibili, cominciammo ad accogliere qualche ragazza che chiedeva di fuggire dal mondo della prostituzione. La nostra era una semplice attività di volontariato, utilizzando anche la benevolenza del vescovo che ci diede la possibilità di avere un appartamento. Solo alla fine del 1999 siamo riusciti ad accedere a fondi ministeriali dedicati e ad avere una prima operatrice stipendiata.

Da lì c’è stata un’evoluzione particolare perché, pur rimanendo molto legati a questo mondo della tratta, abbiamo cominciato a incontrare ragazzine giovanissime, minorenni, donne in gravidanza, alcune già con bambini, altre che a causa della vita di strada avevano problemi psichici.

Abbiamo cercato di rispondere un po’a tutte le esigenze, chiedendo aiuto e collaborazioni, fino ad approdare all’interno del CEIS. È iniziata come una collaborazione di tipo amministrativo, perché noi non eravamo capaci di gestire i progetti e le rendicontazioni. Ma nel tempo si è trasformata in una relazione profonda.

Le mamme con bambini, così come le donne adulte, furono affidate ad altre realtà. Noi ci siamo specializzati sul tema delle minorenni, comprendendo abbastanza in fretta che la nostra società non era pronta ad accettare ragazze che volevano uscire dal mondo della prostituzione.

Per evitare che queste giovanissime venissero etichettate, abbiamo fatto sì, convenzionandoci con i servizi sociali, che la nostra diventasse una “Comunità minori femminile” ampia, per ragazze con problematiche diverse, in modo che le ospiti potessero essere in qualche modo più “confuse”, che non avessero lo stigma di chi ha vissuto la prostituzione.

Questa attenzione e sensibilità nei confronti del mondo femminile ci ha sempre caratterizzati e continua tuttora.

Attualmente abbiamo una Comunità minori che ospita 12 ragazze, con un appartamento di alta autonomia per le maggiorenni che hanno ancora bisogno di essere custodite e accompagnate.

Abbiamo quindi altri appartamenti per donne che hanno già compiuto diciott’anni, ma che non sono passate attraverso l’esperienza della comunità minori. Sono arrivate da noi, vittime della tratta, direttamente da adulte.

La nostra Comunità minori si chiama La Coccinella ed è appunto gestita da operatrici, con una responsabile particolarmente in gamba che si chiama Carmen.

Oggi siamo a tutti gli effetti nel Gruppo CEIS; la gestione del lavoro e della parte burocratico-amministrativa fa capo a CEIS A.R.T.E. Come associazione abbiamo mantenuto l’identità del nome, i rapporti con gli enti esterni e con il Comune per le questioni più legate all’immagine.

Marta e Maria A.MA resta un’associazione di volontari che collabora con le operatrici della Comunità La Coccinella per gli aspetti, diciamo così, legati al supporto relazionale delle ragazze: si organizzano attività, gite, incontri, si favoriscono amicizie.

Tornando indietro nel tempo, la scelta che feci di andare alla “Bruciata”, alla fine degli anni ’90. l’ho sempre considerata come assolutamente giusta e fondamentale per la mia vita.

Personalmente, credo di essere un po’ femminista perché ho sempre avuto un’attenzione particolare verso le donne meno considerate da questa nostra società incapace di comprendere la differenza fra una ragazza che sceglie di prostituirsi da una che è costretta a prostituirsi. Che neppure è in grado di capire il perché una persona possa arrivare a scegliere di prostituirsi.

Il mio rapporto con queste ragazze è stato una sorta di “colpo di fulmine”. Allora ero assolutamente incompetente, senza alcun mezzo, utilizzavo il pullmino della mia parrocchia (ero cappellano alla Sacra Famiglia), per i nostri “pellegrinaggi”.

Alla “Bruciata” a quei tempi c’erano tante ragazze albanesi. moltissime nigeriane. Sparite le albanesi sono arrivate le ragazze dell’Est.

Non sapevamo bene come fare per renderci utili, semplicemente avevamo l’entusiasmo e la convinzione di chi dice “adesso comincio a fare qualcosa”. Portavamo un bidone di caffellatte, che noi chiamavamo cappuccino, con qualche biscotto. Ed era la scusa per “attaccare bottone” con le ragazze.

Una delle prime sere incontrammo questa giovane donna che non sapeva una parola di italiano. Si esprimeva a singhiozzi e lacrime. Le lasciammo il nostro numero di telefono e ripetutamente tornammo a cercarla, ma i suoi “protettori” l’avevano spostata a Bologna proprio perché non ci incontrasse.

Passarono molti mesi. Arrivò una telefonata. “Nel mio negozio c’è una ragazza nigeriana che vuole parlare con lei”, mi disse una voce maschile. Scoprii che si trattava di un signore gentilissimo, che mi invitò a casa sua. Immaginate la sorpresa, e la commozione, nell’incontrare lì quella ragazza, proprio la nigeriana di allora…

Abbiamo considerato questo momento quasi un “segno del cielo”, come una volontà di dover continuare nella nostra opera.

Non avevamo un posto per poter accogliere le persone. Come detto, fu il vescovo a metterci a disposizione un appartamento. “Vi pago l’affitto per un anno, poi dovrete continuare da soli”.

Una delle primissime ragazze che andò a vivere lì, una albanese che un’amica ci invitò caldamente a portare via dalla strada, “perché qui non ce la fa, soffre troppo”, è stata una presenza importantissima in questa nostra casa, perché era accogliente, materna e ben si rapportava con tutte le altre. Questa ragazza è diventata educatrice e tuttora, dopo 20 anni, siamo ancora amici. La sua è una storia di riscatto altissima.

*Presidente Associazione Marta e Maria