Pubblichiamo di seguito l’intervento di Luciano Squillaci, presidente della FICT (Federazione Italiana Comunitá Terapeutiche) apparso sul quotidiano L’Avvenire di Domenica 24 giugno. 

 

26 Giugno 2018, Giornata mondiale contro la droga


Ci troviamo di fronte ad uno Stato colpevolmente ignavo, in vergognoso silenzio, ormai assuefatto al grido di dolore di migliaia di persone e delle loro famiglie.

Il 26 giugno, giornata mondiale di lotta alla droga, dovrebbe essere un’utile occasione per fare il punto sul lavoro fatto e per programmare gli obiettivi futuri.

Ed invece, anche quest’anno, possiamo solo testimoniare il fallimento di un sistema di cura e di contrasto, che un tempo rappresentava un modello per l’intera Europa, e che oggi si manifesta in tutta la sua inadeguatezza, arretrato, ingessato, disegnato da una normativa di quasi 30 anni fa, incapace di rispondere alle necessità di un fenomeno in rapida e costante evoluzione.

Circa 460mila italiani, nella relazione al Parlamento, vengono definiti bisognosi di un trattamento terapeutico per dipendenza patologica, ma di questi solo 140mila vengono intercettati dal sistema di servizi per la riabilitazione. 

Solo un italiano su 3 trova risposta ai propri bisogni di cura!

Del resto il dato non può stupire chi si occupa di dipendenze patologiche.

Negli ultimi 10 anni nessuna forma di patologia ha avuto un’evoluzione così rapida e letale come quella legata alle dipendenze. Un fenomeno che si modifica quasi quotidianamente non solo negli stili di consumo o nelle sostanze abusate, ma negli stessi presupposti degenerativi che lo determinano.

Fino a 30 anni fa ancora si parlava di eroinomani, persone che volevano stare “fuori dal gruppo”, che cercavano una cura al loro male di vivere attraverso la costruzione di un benessere artificiale.

Poi dagli anni 90’ la diffusione della cocaina e delle droghe “ricreative”, quelle che servivano per uno scopo opposto, che miglioravano la perfomance, consentivano di “stare nel gruppo”, di essere riconosciuti, di essere inclusi.

Fino agli ultimi 15 anni con il boom delle NPS (nuove sostanze psicoattive), delle droghe sintetiche, degli psicofarmaci, e con l’aumento esponenziale delle dipendenze “comportamentali”, quelle senza sostanza, come il gioco d’azzardo o le psicosi da internet dipendenza.

Eppure, nonostante questa costante evoluzione, il sistema italiano di contrasto e cura è rimasto fermo al modello classico, pensato e costruito per l’eroina, disegnato da una normativa, il DPR 309/90, di quasi 30 anni fa. Non è un caso che sui 140mila tossicodipendenti in trattamento, 120mila abusano di eroina quale sostanza primaria. Il nostro modello di cura, ormai vetusto e ancora fondato sulla sostanza, invece che sulla persona, non è più capace di rispondere con efficacia ad un’epidemia in preoccupante e costante aumento.

E’ come se si volesse curare ancora oggi la tubercolosi con i sanatori, o la peste con i salassi.

Il tutto nel silenzio più assoluto, in particolare da parte della politica che sembra abbia abdicato al proprio ruolo, normalizzando l’abuso di sostanze e le dipendenze come un male necessario del nostro tempo, magari costruendoci sopra business interessanti, come nel caso del gioco d’azzardo. 

Strategie politiche inesistenti, problemi di budget che rendono difficoltoso il diritto alla cura (solo l’11% dei tossicodipendenti hanno la possibilità di accedere ad una comunità terapeutica), investimenti nella prevenzione ridotti zero. 

Tutti segnali inequivocabili di un sorta di resa generalizzata: oggi delle dipendenze non importa più niente a nessuno.

Ed in Calabria, se possibile, la situazione è persino peggiore. Su una stima di 15mila cittadini calabresi che avrebbero bisogno di interventi terapeutici, i dati dell’Osservatorio Regionale ci parlano nel 2016 di meno di 4.000 tossicodipendenti presi in carico dal sistema di cura, di cui solo 365 inviati dai Ser.D. in una delle 21 comunità calabresi. E per quanto riguarda gli investimenti, basti pensare che la spesa per le dipendenze patologiche non supera lo 0,3% dell’intero bilancio sanitario regionale, a fronte di un minimo indispensabile pari all’1%. 

Insomma un buco nero all’interno del quale, ormai da anni, si dibatte il sistema di cura per le dipendenze in Italia ed in Calabria, per uscire dal quale non è più possibile procedere con azioni estemporanee o inventarsi servizi improvvisati.

Occorre fermarsi e ridisegnare il modello, innovare, ricostruire il sistema di cura fondando gli interventi sulle evidenze scientifiche che in questi anni sono state validate, uscendo dalle logiche auto-riproduttive e salvifiche ormai appartenenti ad un passato remoto.

Ci vuole una scelta coraggiosa, che rimetta al centro del dibattito la persona con i suoi bisogni. 

E’ necessario che il Governo nazionale e quello regionale si prendano realmente carico del problema, con investimenti adeguati al reale fabbisogno, a cominciare dai percorsi di prevenzione strutturati all’interno delle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanili. 

Ed occorre farlo subito, per evitare, il prossimo 26 giugno, di tornare a certificare un fallimento annunciato.